Il calvinista che spoetizzò (e ripoetizzò) san Francesco

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VITA-SAN-FRANCESCO-DASSISI

Si può ancora essere storicamente rivoluzionari, nonostante una serie sterminata di pubblicazioni sul tema di san Francesco di Assisi nei secoli? Forse sì, dipende dal metodo della ricerca – afferma fin dalle prime pagine il pastore calvinista Paul Sabatier. “Gli storici ufficiali gli hanno reso un cattivo servizio… gli abbellimenti hanno fatto dimenticare il vero Francesco, infinitamente più bello”.

Così la dichiarazione dʼintenti è subito chiarita: spazzare via le fonti che siano “due volte” lontane dalla vera realtà di Francesco. Sabatier, affascinato ed emotivamente coinvolto dalla vicenda umana del grande santo medievale, inizia quindi un nuovo percorso di investigazione. Pubblicata per la prima volta nel 1883, la sua Vita di san Francesco dʼAssisi un libro rivoluzionario lo è stata davvero, al punto da dare una nuova linfa vitale agli studi francescani anche in campo cattolico.

Cosa ci dice di così nuovo? Tutto. Tanto per cominciare, il “santo medievale” non ha nulla dello stile religioso della sua epoca: è un teo-auto-didatta, che interpreta in modo radicalmente nuovo la Imitatio Christi, scrivendola anzi nella propria carne ben prima che ne scrivesse una la devotio moderna.

Francesco, grande “riformatore” della Chiesa assai prima della Riforma, era un modello unico e irriducibile di santità, assai diverso ad esempio del coevo Domenico di Guzman. Francesco infatti era “obbediente solo a Dio e alla propria coscienza” mentre il fondatore dei Domenicani era “obbediente allʼarruolamento ecclesiastico”. I due personaggi, allʼorigine dei rispettivi Ordini mendicanti, sono assolutamente differenti perfino nel comune rapporto con la povertà evangelica: “colpo dʼala per Francesco, che vola verso le definitive preoccupazioni che avvincono la vita”, mentre per Domenico non sarebbe stata se non un mezzo, unʼarma in più nellʼarsenale della milizia incaricata di difendere la Chiesa”. Lʼopposizione tracciata dallo studioso calvinista non finisce qui: il Poverello vede direttamente nei propri confratelli “i frutti delle proprie viscere spirituali”, mentre “lʼOrdine dei frati predicatori emana dal papato, e Domenico ne è stato il padre putativo”.

Il Serafico godeva non solo della “santa libertà” in Dio, ma era “poeta, trovatore e giullare di Dio”. Uno di cui i suoi figli spirituali, negli ultimi anni della sua vita, si sarebbero un poʼ vergognati. Un “santo ribelle”? Francesco è un gigante di santità, riottoso a essere imbrigliato, e tuttavia è obbediente: al rientro dallo storico incontro con il sultano egiziano Malik al-Kamil, non prende subito la strada per Assisi, perché deve recarsi da papa Onorio III per redigere la Regola, in un conflitto tra “il Francesco dei primi anni e il monaco sottomesso del 1221” che Sabatier non manca di sottolineare.

Nel Cantico delle creature, a Francesco, innamorato di Dio e del creato, Sabatier attribuisce unʼipotetica integrazione della celeberrima lauda: “Laudato si, mi Signore, per sora nostra Chiara / per la quale ennʼallumini lo cor nostro / et silentiosa et operosa et ingeniosa lʼài formata” (p. 286). Parole mai scritte, ma sicuramente nel cuore del grande Assisano, almeno secondo lʼautore.

Unʼultima notazione. Nella sua ricerca, il pastore Sabatier capisce e carpisce lʼaffascinante mistero dei paesaggi umbri e della loro influenza sulla spiritualità di molti grandi santi. “Questo paesaggio è uno dei più belli dʼEuropa… borghi come Stroncone, Greccio e una decina di altri piccolissimi borghi hanno dato più santi di unʼintera provincia francese”. Il rinnovato interesse per i luoghi e per il Cammino di Francesco deve molto alla splendida riscoperta della vicenda umana del Santo, così legata alla sua terra, “sora” e “madre”.

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2018: 50° del Sessantotto, ma anche di Aldo Capitini

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Capitini-cover-SporDillo

Movimento studentesco e operaio, pacifismo, controcultura, azione dal basso. Un incontro per studenti delle superiori tenutosi la settimana scorsa a Perugia con un team di veri esperti in materia, che ringrazio ancora per l’invito. Riassunto in 10 minuti al link https://youtu.be/hoy4gsmxF4c

Certi amici è meglio perderli che trovarli

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CARITA-CHE-UCCIDE

In Africa “la cultura della dipendenza dagli aiuti è talmente importante che una strategia di uscita dal passato non è quasi oggetto di discussione”. Dambisa Moyo, nata a Lusaka, formatasi tra Oxford e Harvard, corrispondente del Financial Times, indica la sua tesi sin dalla dura efficacia del titolo: La carità che uccide.

Lʼautrice articola la questione con dati, informazioni e casi politici emblematici del “killer della crescita”, denunciandone gli effetti nefasti. Il nesso fondamentale, quello tra aiuti internazionali e corruzione politica, innesca anche la questione dei conflitti inter-etnici. Alcuni casi per tutti: la guerra civile in Somalia per il controllo degli aiuti alimentari, la Sierra Leone e il conflitto inter-etnico per il mancato accordo di cariche politiche e del controllo degli aiuti economici. Eppure il Continente africano detiene il primato per le ricchezze naturali: da qui proviene la metà di cromo, bauxite e diamanti di tutto il mondo e quasi la metà del cobalto e del platino. Nonostante questo, nel corso dellʼultimo ventennio molti Stati africani sono regrediti al più infimo gradino del reddito pro capite.

Diversi Stati africani sono connotabili come “produttori agricoli” benché non siano in grado di nutrire neppure se stessi. Proprio la produzione di alcuni prodotti diventa una questione di sopravvivenza: cotone e zucchero rappresentano parte preponderante delle esportazioni. Per Mali, Benin, Zimbabwe, Nigeria e Togo, cotone e zucchero sono preziosissimi, ma non possono competere con la produzione statunitense, che gode del sostegno di importanti finanziamenti governativi. Così la competizione commerciale diventa quasi una mission impossible, e nella rete dei partenariati internazionali, ad oggi, è rimasta praticamente solo la Cina. Il grande Paese asiatico, divenuto la seconda economia mondiale, è infatti il principale partner commerciale dellʼAfrica, contribuendo significativamente al suo Pil.

Allo stesso tempo, il colosso asiatico è attivamente impegnato in unʼoperazione di neo-colonialismo avente in Africa una base fondamentale per la propria espansione mondiale. Tra Cina e Africa esiste un rapporto inversamente proporzionale: lʼapertura al mercato dellʼeconomia cinese dagli inizi degli anni ʼ80 e, contestualmente, la dipendenza africana dagli aiuti stranieri, fanno crescere in modo esponenziale il debito degli Stati africani.

Il nucleo del piano di aiuti risaliva a Bretton Woods (1944), dove era stato stabilito che i finanziamenti dovessero andare alle infrastrutture. Nel corso degli anni ʼ80 ha cominciato a diventare evidente il fallimento di tale politica “umanitaria”. Dambisa Moyo indica diversi casi esemplari: lo Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo) tra sperpero degli aiuti e arricchimento personale, la Somalia con le sue guerre per il controllo degli aiuti alimentari, la Sierra Leone e le guerre inter-etniche per il controllo dei flussi finanziari esteri.

Il circolo vizioso “aiuti – corruzione – cattiva governance” è causa di numerosi conflitti e di una crescente paralisi dellʼeconomia industriale. Finché rimarranno dipendenza economica e cattive governance, gli effetti di questa crisi senza fine continueranno.

Il saggio, ricco di dati, percentuali sulla decrescita e lʼinnalzamento del debito pubblico di gran parte dellʼAfrica, si conclude con un imperativo: “bloccate subito il killer”. Quello delle politiche di assistenza.

Via crucis? Di più: crocevia!

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Guida-Terra-Santa

Ospitiamo dal settimanale umbro “La Voce” (www.lavoce.it) un articolo su un prodotto editoriale di grande valore non certo solo turistico ma anche storico e culturale. E ne approfittiamo per augurare BUONA PASQUA a tutti voi.

In Terra Santa è sacro non solo il suolo ma ogni pietra, per così dire. Non c’è infatti area di questo “fazzoletto di terra” che non porti le tracce di qualche popolo, dalla preistoria a oggi — e tracce che molto spesso hanno carattere religioso, dagli idoli delle divinità fenicie alle sinagoghe ebraiche, dalle moschee musulmane alle basiliche cristiane. La Custodia francescana di Terra Santa, che fin dal Medioevo cura i luoghi appartenenti alla Chiesa di Roma, ha appena pubblicato la sua guida completa e aggiornata, intitolata semplicemente Terra Santa (autori Heinrich Fürst e Gregor Geiger, Edizioni Terra Santa, 2017, euro 34).

Ben 800 pagine di testo scritto fitto, perché il numero dei reperti da visitare è impressionante, ben al di là dei relativamente pochi siti archeologici famosi. La guida fornisce tutti i dati utili relativi a ogni monumento: la posizione geografica, il modo per arrivarci, la storia, le ipotesi degli archeologi, e così via, senza dimenticare le citazioni bibliche che si riferiscono a quella località. Una serie di utili mappe aiutano a distinguere le diverse stratificazioni storiche che si sono sovrapposte in un medesimo sito. A essere sorprendente non è solo la quantità dei reperti, ma anche la loro qualità. Molte cose non sono come “dovrebbero” essere; ad esempio, in teoria i luoghi sacri ebraici e musulmani dovrebbero essere privi di raffigurazioni umane (dipinti e sculture), che invece a volte ci sono.

A questo proposito, la storia dei grandi monumenti o dei piccoli villaggi o dei cimiteri abbandonati offre uno spaccato variegato e interessantissimo dei rapporti che, lungo i secoli, hanno caratterizzato le tre religioni monoteistiche. Non ci sono state solo le Crociate; e anche durante le Crociate, le relazioni tra cristiani e musulmani erano molto più complesse di quanto si tenda oggi a immaginare. Una lezione che potrebbe rivelarsi ancora molto utile, a saperla ascoltare. Tra l’altro, il sottoscritto ha avuto l’onore di tradurre questo volumone dal tedesco, e in alcune occasioni ha potuto inserire brevi integrazioni che collegano gli argomenti alla nostra letteratura, soprattutto la Gerusalemme liberata.

Gli autori, due francescani – il più anziano dei due è venuto a mancare qualche anno fa – , non hanno certo lavorato a tavolino. In un’impresa colossale che, a turno, li ha tenuti impegnati per decenni, hanno percorso ogni sentiero di Terra Santa, da quelli più battuti a quelli sconosciuti, per ammirare con i loro occhi le meraviglie depositate lì dai millenni. In questi giorni in cui si prega e si raccolgono offerte a favore dei cristiani “compaesani di Gesù”, non solo le parole stampate ma anche la commovente devozione, la tenacia, l’amore della Parola di Dio che hanno sorretto i due autori della guida sono di esempio per tutti.

Dario Rivarossa

Don Milani ha cambiato indirizzo

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barbiana

“Io non conoscevo don Lorenzo Milani, non avevo mai letto niente di lui. Quando ho terminato gli esami del Magistero teologico e il professore mi ha proposto don Milani come argomento della mia tesi, ho intrapreso un percorso completamente nuovo… Così è iniziato un sentiero di studio sul grande sacerdote ed educatore, destinato a entrare nella mia esistenza e nella mia funzione di insegnante”. Con queste parole Maria Rosaria Sorce si è rivolta alla platea di studenti e di insegnanti del liceo “Annibale Mariotti” di Perugia nellʼambito degli “Incontri con lʼautore” promossi dal prof. Pasquale Guerra. Lʼautrice ha così presentato lʼinizio del suo lungo e sorprendente approfondimento di uno dei grandi maestri della scuola italiana degli anni Cinquanta-Sessanta.

Il testo, Da Assisi a Barbiana. Il sentiero di don Milani (Morlacchi editore, Perugia 2016) è un paziente lavoro di ricostruzione della vita, degli intrecci di relazioni, delle passioni e degli obiettivi dellʼuomo, prima ancora che del sacerdote-educatore.

Emerge innanzitutto un fondamentale elemento femminile: don Milani vive un intenso legame con la madre, alla quale confida tanto sui suoi obiettivi e le sue idee. Tenero, ma tempo stesso capace di reagire in modo vivace di fronte ai tentativi di strumentalizzazione provenienti da quelli che erano gli ambienti comunisti. Fedele alla Chiesa, seppure ante litteram.

Un “nuovo Francesco”, sottolinea lʼautrice, suora della congregazione delle Immacolatine e docente di Religione allʼistituto Alberghiero di Assisi. Un “novello Francesco”, perché, come il Poverello, si era spogliato dei suoi beni materiali e, per di più, di quelli intellettuali, facendosi umile tra gli ultimi nel piccolo borgo di Barbiana.

Attraverso il fitto carteggio prendono forma molti aspetti di unʼinnovazione didattica cui i metodi scolastici standard sono arrivato soltanto di recente: la valorizzazione delle differenze, la “scrittura collettiva” per un vero apprendimento di gruppo, le attività di “laboratorio”. Tutto questo non viene fatto emergere da interviste agli alunni di don Milani bensì dal contesto, dal mondo di relazioni intorno al grande educatore, consapevole che lʼinsegnamento è un ponte di collegamento tra mondi diversi, e che “il sapere serve solo per darlo” e la scuola deve essere un luogo “per formare persone libere e solidali”.

Tassello dopo tassello, si compone unʼimmagine di don Lorenzo piuttosto diversa da quella perlopiù “indirizzata” e antologizzata quale si trovava nei manuali di testo degli anni Settanta. Un sentiero la cui validità continua a durare anche dopo la caduta delle interpretazioni unilaterali della sua opera.

Chi mangia sano mangia medievale

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cucina

Non è usuale affrontare unʼepoca attraverso le ricette di cucina. Nonostante il metodo degli storici degli Annales abbia introdotto la micro-storia con i tanti aspetti della vita concreta, lʼalta cucina medievale risulta ancora riservata a fini intenditori.

Il volume A tavola nel Medioevo di Odile Redon, Françoise Sabban e Silvano Serventi (Laterza, Bari 2017) studia il lato gastronomico della cucina del Tre-Quattrocento, ossia il tardo Medioevo nel suo passaggio al primo Umanesimo, in Italia e in Francia. Gli autori spiegano natura e tratti fondamentali della “grammatica culinaria” dellʼepoca facendoci venire lʼacquolina in bocca con meticolose descrizioni come quella della lombata di cinghiale, degli “spiedini di anguilla alla San Vincenzo” o del pollo alla frutta secca.

Talvolta la preparazione del pranzo sembra unʼattività banale, ma non è affatto così. La cucina è una pratica culturale: utilizza materie prime provenienti dal contesto geografico ma, al tempo stesso, segue regole e tradizioni proprie o adattate alla società di appartenenza.

Indubbiamente, nella società del Trecento lʼapprovigionamento alimentare era assai variabile. Il banchiere fiorentino o il duca di Savoia potevano imbandire la tavola con tutte le leccornie che volevano, mentre, nei Paesi mediterranei, il montanaro si cibava spesso semplicemente di castagne, da cui ricavava farina e di lì il pane. La cucina tardo-medievale seguiva inoltre le prescrizioni della Chiesa, poiché bisognava mangiare “di magro” anche durante la normale settimana ossia il mercoledì e il venerdì, alla vigilia delle feste e, a maggior ragione, nei giorni di Quaresima.

Pertanto, cucinare ad esempio il pesce in modo sapido e variato era un elemento di fondamentale importanza, per i laici ma, soprattutto, per i chierici. Questo ha condotto gli autori a considerare diverse variabili nellʼapproviggionamento e nella preparazione dei piatti: non solo distinguendo tra monaci e laici ma tra chi stava in città e chi viveva in campagna, nelle mense borghesi e in quelle dei nobili.

La cucina tra Tre-Quattrocento disponeva di molte spezie provenienti dallʼAfrica: cannella, chiodi di garofano, zafferano, noce moscata. Da qui lʼabilità di cuochi e cuoche nel curare lʼestetica della tavola, a volte divertendosi a “dissimulare” gli alimenti sotto croste di pasta variamente guarnite e colorate. Lʼocchio dei commensali poteva essere sorpreso o rallegrato con lʼuso di colori naturali tratti da frutta (uva nera) o spezie (zafferano) o erbe (prezzemolo, basilico).

I capolavori di cucina e le tavole medievali sono come affreschi: una volta restaurati, rischiarano le menti e… il gusto. Anche per questo può essere significativo integrare le nostre conoscenze storiche addentrandoci nelle delizie dellʼarte culinaria degli avi degli avi. Non solo per arricchimento culturale: vale la pena riportare in auge le antiche ricette per nutrirsi in maniera più sana, oggi che le abitudini alimentari sono pesantemente condizionate dai discendenti di qualche “barbaro” scozzese medievale il cui cognome cominciava per Mac.