Certi amici è meglio perderli che trovarli

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CARITA-CHE-UCCIDE

In Africa “la cultura della dipendenza dagli aiuti è talmente importante che una strategia di uscita dal passato non è quasi oggetto di discussione”. Dambisa Moyo, nata a Lusaka, formatasi tra Oxford e Harvard, corrispondente del Financial Times, indica la sua tesi sin dalla dura efficacia del titolo: La carità che uccide.

Lʼautrice articola la questione con dati, informazioni e casi politici emblematici del “killer della crescita”, denunciandone gli effetti nefasti. Il nesso fondamentale, quello tra aiuti internazionali e corruzione politica, innesca anche la questione dei conflitti inter-etnici. Alcuni casi per tutti: la guerra civile in Somalia per il controllo degli aiuti alimentari, la Sierra Leone e il conflitto inter-etnico per il mancato accordo di cariche politiche e del controllo degli aiuti economici. Eppure il Continente africano detiene il primato per le ricchezze naturali: da qui proviene la metà di cromo, bauxite e diamanti di tutto il mondo e quasi la metà del cobalto e del platino. Nonostante questo, nel corso dellʼultimo ventennio molti Stati africani sono regrediti al più infimo gradino del reddito pro capite.

Diversi Stati africani sono connotabili come “produttori agricoli” benché non siano in grado di nutrire neppure se stessi. Proprio la produzione di alcuni prodotti diventa una questione di sopravvivenza: cotone e zucchero rappresentano parte preponderante delle esportazioni. Per Mali, Benin, Zimbabwe, Nigeria e Togo, cotone e zucchero sono preziosissimi, ma non possono competere con la produzione statunitense, che gode del sostegno di importanti finanziamenti governativi. Così la competizione commerciale diventa quasi una mission impossible, e nella rete dei partenariati internazionali, ad oggi, è rimasta praticamente solo la Cina. Il grande Paese asiatico, divenuto la seconda economia mondiale, è infatti il principale partner commerciale dellʼAfrica, contribuendo significativamente al suo Pil.

Allo stesso tempo, il colosso asiatico è attivamente impegnato in unʼoperazione di neo-colonialismo avente in Africa una base fondamentale per la propria espansione mondiale. Tra Cina e Africa esiste un rapporto inversamente proporzionale: lʼapertura al mercato dellʼeconomia cinese dagli inizi degli anni ʼ80 e, contestualmente, la dipendenza africana dagli aiuti stranieri, fanno crescere in modo esponenziale il debito degli Stati africani.

Il nucleo del piano di aiuti risaliva a Bretton Woods (1944), dove era stato stabilito che i finanziamenti dovessero andare alle infrastrutture. Nel corso degli anni ʼ80 ha cominciato a diventare evidente il fallimento di tale politica “umanitaria”. Dambisa Moyo indica diversi casi esemplari: lo Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo) tra sperpero degli aiuti e arricchimento personale, la Somalia con le sue guerre per il controllo degli aiuti alimentari, la Sierra Leone e le guerre inter-etniche per il controllo dei flussi finanziari esteri.

Il circolo vizioso “aiuti – corruzione – cattiva governance” è causa di numerosi conflitti e di una crescente paralisi dellʼeconomia industriale. Finché rimarranno dipendenza economica e cattive governance, gli effetti di questa crisi senza fine continueranno.

Il saggio, ricco di dati, percentuali sulla decrescita e lʼinnalzamento del debito pubblico di gran parte dellʼAfrica, si conclude con un imperativo: “bloccate subito il killer”. Quello delle politiche di assistenza.

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Via crucis? Di più: crocevia!

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Guida-Terra-Santa

Ospitiamo dal settimanale umbro “La Voce” (www.lavoce.it) un articolo su un prodotto editoriale di grande valore non certo solo turistico ma anche storico e culturale. E ne approfittiamo per augurare BUONA PASQUA a tutti voi.

In Terra Santa è sacro non solo il suolo ma ogni pietra, per così dire. Non c’è infatti area di questo “fazzoletto di terra” che non porti le tracce di qualche popolo, dalla preistoria a oggi — e tracce che molto spesso hanno carattere religioso, dagli idoli delle divinità fenicie alle sinagoghe ebraiche, dalle moschee musulmane alle basiliche cristiane. La Custodia francescana di Terra Santa, che fin dal Medioevo cura i luoghi appartenenti alla Chiesa di Roma, ha appena pubblicato la sua guida completa e aggiornata, intitolata semplicemente Terra Santa (autori Heinrich Fürst e Gregor Geiger, Edizioni Terra Santa, 2017, euro 34).

Ben 800 pagine di testo scritto fitto, perché il numero dei reperti da visitare è impressionante, ben al di là dei relativamente pochi siti archeologici famosi. La guida fornisce tutti i dati utili relativi a ogni monumento: la posizione geografica, il modo per arrivarci, la storia, le ipotesi degli archeologi, e così via, senza dimenticare le citazioni bibliche che si riferiscono a quella località. Una serie di utili mappe aiutano a distinguere le diverse stratificazioni storiche che si sono sovrapposte in un medesimo sito. A essere sorprendente non è solo la quantità dei reperti, ma anche la loro qualità. Molte cose non sono come “dovrebbero” essere; ad esempio, in teoria i luoghi sacri ebraici e musulmani dovrebbero essere privi di raffigurazioni umane (dipinti e sculture), che invece a volte ci sono.

A questo proposito, la storia dei grandi monumenti o dei piccoli villaggi o dei cimiteri abbandonati offre uno spaccato variegato e interessantissimo dei rapporti che, lungo i secoli, hanno caratterizzato le tre religioni monoteistiche. Non ci sono state solo le Crociate; e anche durante le Crociate, le relazioni tra cristiani e musulmani erano molto più complesse di quanto si tenda oggi a immaginare. Una lezione che potrebbe rivelarsi ancora molto utile, a saperla ascoltare. Tra l’altro, il sottoscritto ha avuto l’onore di tradurre questo volumone dal tedesco, e in alcune occasioni ha potuto inserire brevi integrazioni che collegano gli argomenti alla nostra letteratura, soprattutto la Gerusalemme liberata.

Gli autori, due francescani – il più anziano dei due è venuto a mancare qualche anno fa – , non hanno certo lavorato a tavolino. In un’impresa colossale che, a turno, li ha tenuti impegnati per decenni, hanno percorso ogni sentiero di Terra Santa, da quelli più battuti a quelli sconosciuti, per ammirare con i loro occhi le meraviglie depositate lì dai millenni. In questi giorni in cui si prega e si raccolgono offerte a favore dei cristiani “compaesani di Gesù”, non solo le parole stampate ma anche la commovente devozione, la tenacia, l’amore della Parola di Dio che hanno sorretto i due autori della guida sono di esempio per tutti.

Dario Rivarossa

Don Milani ha cambiato indirizzo

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barbiana

“Io non conoscevo don Lorenzo Milani, non avevo mai letto niente di lui. Quando ho terminato gli esami del Magistero teologico e il professore mi ha proposto don Milani come argomento della mia tesi, ho intrapreso un percorso completamente nuovo… Così è iniziato un sentiero di studio sul grande sacerdote ed educatore, destinato a entrare nella mia esistenza e nella mia funzione di insegnante”. Con queste parole Maria Rosaria Sorce si è rivolta alla platea di studenti e di insegnanti del liceo “Annibale Mariotti” di Perugia nellʼambito degli “Incontri con lʼautore” promossi dal prof. Pasquale Guerra. Lʼautrice ha così presentato lʼinizio del suo lungo e sorprendente approfondimento di uno dei grandi maestri della scuola italiana degli anni Cinquanta-Sessanta.

Il testo, Da Assisi a Barbiana. Il sentiero di don Milani (Morlacchi editore, Perugia 2016) è un paziente lavoro di ricostruzione della vita, degli intrecci di relazioni, delle passioni e degli obiettivi dellʼuomo, prima ancora che del sacerdote-educatore.

Emerge innanzitutto un fondamentale elemento femminile: don Milani vive un intenso legame con la madre, alla quale confida tanto sui suoi obiettivi e le sue idee. Tenero, ma tempo stesso capace di reagire in modo vivace di fronte ai tentativi di strumentalizzazione provenienti da quelli che erano gli ambienti comunisti. Fedele alla Chiesa, seppure ante litteram.

Un “nuovo Francesco”, sottolinea lʼautrice, suora della congregazione delle Immacolatine e docente di Religione allʼistituto Alberghiero di Assisi. Un “novello Francesco”, perché, come il Poverello, si era spogliato dei suoi beni materiali e, per di più, di quelli intellettuali, facendosi umile tra gli ultimi nel piccolo borgo di Barbiana.

Attraverso il fitto carteggio prendono forma molti aspetti di unʼinnovazione didattica cui i metodi scolastici standard sono arrivato soltanto di recente: la valorizzazione delle differenze, la “scrittura collettiva” per un vero apprendimento di gruppo, le attività di “laboratorio”. Tutto questo non viene fatto emergere da interviste agli alunni di don Milani bensì dal contesto, dal mondo di relazioni intorno al grande educatore, consapevole che lʼinsegnamento è un ponte di collegamento tra mondi diversi, e che “il sapere serve solo per darlo” e la scuola deve essere un luogo “per formare persone libere e solidali”.

Tassello dopo tassello, si compone unʼimmagine di don Lorenzo piuttosto diversa da quella perlopiù “indirizzata” e antologizzata quale si trovava nei manuali di testo degli anni Settanta. Un sentiero la cui validità continua a durare anche dopo la caduta delle interpretazioni unilaterali della sua opera.

Chi mangia sano mangia medievale

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cucina

Non è usuale affrontare unʼepoca attraverso le ricette di cucina. Nonostante il metodo degli storici degli Annales abbia introdotto la micro-storia con i tanti aspetti della vita concreta, lʼalta cucina medievale risulta ancora riservata a fini intenditori.

Il volume A tavola nel Medioevo di Odile Redon, Françoise Sabban e Silvano Serventi (Laterza, Bari 2017) studia il lato gastronomico della cucina del Tre-Quattrocento, ossia il tardo Medioevo nel suo passaggio al primo Umanesimo, in Italia e in Francia. Gli autori spiegano natura e tratti fondamentali della “grammatica culinaria” dellʼepoca facendoci venire lʼacquolina in bocca con meticolose descrizioni come quella della lombata di cinghiale, degli “spiedini di anguilla alla San Vincenzo” o del pollo alla frutta secca.

Talvolta la preparazione del pranzo sembra unʼattività banale, ma non è affatto così. La cucina è una pratica culturale: utilizza materie prime provenienti dal contesto geografico ma, al tempo stesso, segue regole e tradizioni proprie o adattate alla società di appartenenza.

Indubbiamente, nella società del Trecento lʼapprovigionamento alimentare era assai variabile. Il banchiere fiorentino o il duca di Savoia potevano imbandire la tavola con tutte le leccornie che volevano, mentre, nei Paesi mediterranei, il montanaro si cibava spesso semplicemente di castagne, da cui ricavava farina e di lì il pane. La cucina tardo-medievale seguiva inoltre le prescrizioni della Chiesa, poiché bisognava mangiare “di magro” anche durante la normale settimana ossia il mercoledì e il venerdì, alla vigilia delle feste e, a maggior ragione, nei giorni di Quaresima.

Pertanto, cucinare ad esempio il pesce in modo sapido e variato era un elemento di fondamentale importanza, per i laici ma, soprattutto, per i chierici. Questo ha condotto gli autori a considerare diverse variabili nellʼapproviggionamento e nella preparazione dei piatti: non solo distinguendo tra monaci e laici ma tra chi stava in città e chi viveva in campagna, nelle mense borghesi e in quelle dei nobili.

La cucina tra Tre-Quattrocento disponeva di molte spezie provenienti dallʼAfrica: cannella, chiodi di garofano, zafferano, noce moscata. Da qui lʼabilità di cuochi e cuoche nel curare lʼestetica della tavola, a volte divertendosi a “dissimulare” gli alimenti sotto croste di pasta variamente guarnite e colorate. Lʼocchio dei commensali poteva essere sorpreso o rallegrato con lʼuso di colori naturali tratti da frutta (uva nera) o spezie (zafferano) o erbe (prezzemolo, basilico).

I capolavori di cucina e le tavole medievali sono come affreschi: una volta restaurati, rischiarano le menti e… il gusto. Anche per questo può essere significativo integrare le nostre conoscenze storiche addentrandoci nelle delizie dellʼarte culinaria degli avi degli avi. Non solo per arricchimento culturale: vale la pena riportare in auge le antiche ricette per nutrirsi in maniera più sana, oggi che le abitudini alimentari sono pesantemente condizionate dai discendenti di qualche “barbaro” scozzese medievale il cui cognome cominciava per Mac.

Giorno della Memoria: la parola a Savyon

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Mele dal deserto è una raccolta di racconti della scrittrice israeliana Savyon Liebrecht, i cui libri sono diventati un classico nel suo Paese.

Scritto diversi anni fa, il libro racconta in modo semplice e al tempo stesso complesso la realtà di un popolo che, a ridosso della propria tragedia della Seconda guerra mondiale, si indirizza verso un cammino di superamento e normalizzazione esistenziale.

I racconti di Mele dal deserto presentano un comune elemento inquietante: l’irruzione improvvisa, imprevedibile della Shoà all’interno di una quasi banale narrazione di partenza. Così avviene ad esempio ne Il taglio dei capelli, piccola situazione familiare in cui la mamma si appresta a fare da parrucchiera alla propria figlioletta a causa di un’infestazione di pidocchi nella scuola; situazione che diventa un momento per la rievocazione di ciò che avveniva nei Lager. Tra la mamma e la nonna della bambina si scontrano due diversi atteggiamenti sull’esercizio della memoria: pragmatico e radicato nel presente quello della mamma, attenta a cogliere opportunità di insegnamento e di esercizio del ricordo del passato l’atteggiamento della nonna.

Le ferite sono tante e si ripercuotono su una quotidianità affollata di impegni e di preoccupazioni concrete. Su tutto ciò pesano gli orrori trascorsi e le paure provenienti dai rapporti conflittuali con i palestinesi. Nel racconto In una stanza sul tetto, una madre di famiglia rimasta temporaneamente senza il marito vuole risistemare una stanza in soffitta, trovandosi a fare i conti con una difficile coabitazione con gli operai palestinesi che ha chiamato.

Il racconto che dà il titolo alla raccolta contiene l’essenza contraddittoria dello Judenstaat: una figlia si sottrae alla coabitazione con la madre vedova per andare a stare in un kibbutz laico. La madre, credente ortodossa, non si rassegna alla scelta della figlia e tenta inutilmente di salvarla dal “peccato di apostasia”. In qualche modo, potrebbe sembrare la metafora emblematica della società israeliana odierna, divisa tra ortodossia e modernità, radici bibliche e secolarizzazione avanzata.

Rileggere La Pira dopo Bauman

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Il libro di Roberta Vinerba Politico o cristiano? è stato pubblicato (ed. Paoline) nel ‘lontano’ 2012 e quindi potrebbe apparire datato per i nostri dibattiti attuali. Perché rileggerlo?

Il testo offre la forza e la profondità di un’analisi sul senso della politica, tanto in una prospettiva laica quanto, e soprattutto, in una dimensione credente. A poche settimane di distanza dalla scomparsa del sociologo Zygmunt Bauman, teorico della cosidetta “società liquida” soggettivista, frammentata e insicura, ha più che mai senso rileggere le ragioni di chi denuncia “la menzogna ontologica dell’individualismo”.

L’autrice parte dal contesto storico della propria formazione giovanile, quello della contrapposizione ideologica fatta di “colori” e scontri puri e duri, per arrivare alla “Babele politica” contemporanea, incapace di edificare strutture dotate di senso. Eppure l’uomo è politico per sua propria natura, e si trova in “una barca dove anche lui deve dare qualche colpo di remi” (Giorgio La Pira). Indubbiamente la prospettiva storica di un cristiano ha qualche presupposto ben preciso: “Cristo è il traguardo della storia” e la politica, “cioè l’azione di guida dei popoli, è cosa di estrema serietà, è attività in un certo senso religiosa perché è destinata a svolgere il piano di Dio nella storia dei popoli” (La Pira).

Gran parte del saggio di Vinerba consiste in un’analisi socio-politica basata su riferimenti fondamentali provenienti dalla Dottrina sociale della Chiesa e dalle riflessioni di La Pira, come visto. L’ultimo capitolo interpella direttamente il lettore a un’acquisizione di responsabilità personale, nella necessità di “non passare inutilmente sul piano della Storia”.

Quelli che. . . migrano a causa del degrado ambientale

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I “profughi ambientali” sono al centro del saggio di Carlotta Venturi Senza casa e senza tutela (Tau editore, Todi 2016).

Cosa si intende con questa espressione? “Quelle persone temporaneamente sfollate a causa di sconvolgimenti ambientali locali, quelle che migrano perché il degrado ambientale ha minacciato i loro mezzi di sostentamento. . . Quelle che si stanziano altrove perché il degrado del suolo è sfociato nella desertificazione o in altre mutazioni permanenti nell’habitat” (Jodi Jacobson, cit. a pag. 61).

Il libro inquadra il fenomeno in una prospettiva geopolitica con tanti concreti esempi di vulnerabilità ambientale unita a problemi socio-politici, dallo Yemen al Bangladesh alla regione africana dei Grandi Laghi. Queste diverse aree sofferenti vengono inquadrate nelle loro specificità critiche. L’autrice dedica ampio spazio anche alle politiche di tutela ambientale dell’ONU, inquadrando realisticamente le possibilità di intervento e i limiti invalicabili.

La questione migranti e tutela ambientale è ben presente nella Dottrina sociale della Chiesa. Venturi propone infatti un percorso dalla Populorum progressio di Paolo VI alla Laudato Si’ di Papa Francesco, sollecitando ad assumere ognuno le proprie responsabilità individuali e collettive per divenire custodi della terra.

“Che ne sai tu di un campo di granoturco…”

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foto: Luciano Passerini

Un campo di grano è notoriamente romantico. Un campo di mais può essere tragico, ad esempio se si estende all’infinito in Mali, dove è stato importato come monocoltura dall’Europa, che a sua volta l’ha importato e geneticamente trasformato dall’America.

Monocolture (opera delle multinazionali) e desertificazione (quando la Natura ‘dà una mano’ alle multinazionali) sono la causa principale del fenomeno dei “profughi ambientali”, tanto più sottostimato in quanto, per il momento, non è neppure ufficialmente riconosciuto dall’ONU. Ne abbiamo parlato domenica 13 a Perugia nell’ambito di UmbriaLibri con l’assessore Dramane Waguè, originario del Mali, che conosce fin troppo bene di persona questa situazione; con Fabio Versiglioni, presidente dell’associazione degli editori umbri; e con il prof. Adriano Ciani, grande esperto di problematiche agricole/alimentari a livello mondiale. Abbiamo fatto come Papa Francesco: avevamo dei discorsi preparati, ma poi abbiamo parlato a braccio, con il cuore, ed è venuta molto meglio.

Con il prof. Ciani cominceremo presto a proporre nelle scuole superiori un progetto didattico sul tema “Miracoli economici e disastri ambientali”. Si calcola che nel 2050 sul pianeta Terra saremo 9 miliardi di persone… di cui un miliardo di profughi. Vale la pena pensarci fin da ora.