Don Milani ha cambiato indirizzo

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“Io non conoscevo don Lorenzo Milani, non avevo mai letto niente di lui. Quando ho terminato gli esami del Magistero teologico e il professore mi ha proposto don Milani come argomento della mia tesi, ho intrapreso un percorso completamente nuovo… Così è iniziato un sentiero di studio sul grande sacerdote ed educatore, destinato a entrare nella mia esistenza e nella mia funzione di insegnante”. Con queste parole Maria Rosaria Sorce si è rivolta alla platea di studenti e di insegnanti del liceo “Annibale Mariotti” di Perugia nellʼambito degli “Incontri con lʼautore” promossi dal prof. Pasquale Guerra. Lʼautrice ha così presentato lʼinizio del suo lungo e sorprendente approfondimento di uno dei grandi maestri della scuola italiana degli anni Cinquanta-Sessanta.

Il testo, Da Assisi a Barbiana. Il sentiero di don Milani (Morlacchi editore, Perugia 2016) è un paziente lavoro di ricostruzione della vita, degli intrecci di relazioni, delle passioni e degli obiettivi dellʼuomo, prima ancora che del sacerdote-educatore.

Emerge innanzitutto un fondamentale elemento femminile: don Milani vive un intenso legame con la madre, alla quale confida tanto sui suoi obiettivi e le sue idee. Tenero, ma tempo stesso capace di reagire in modo vivace di fronte ai tentativi di strumentalizzazione provenienti da quelli che erano gli ambienti comunisti. Fedele alla Chiesa, seppure ante litteram.

Un “nuovo Francesco”, sottolinea lʼautrice, suora della congregazione delle Immacolatine e docente di Religione allʼistituto Alberghiero di Assisi. Un “novello Francesco”, perché, come il Poverello, si era spogliato dei suoi beni materiali e, per di più, di quelli intellettuali, facendosi umile tra gli ultimi nel piccolo borgo di Barbiana.

Attraverso il fitto carteggio prendono forma molti aspetti di unʼinnovazione didattica cui i metodi scolastici standard sono arrivato soltanto di recente: la valorizzazione delle differenze, la “scrittura collettiva” per un vero apprendimento di gruppo, le attività di “laboratorio”. Tutto questo non viene fatto emergere da interviste agli alunni di don Milani bensì dal contesto, dal mondo di relazioni intorno al grande educatore, consapevole che lʼinsegnamento è un ponte di collegamento tra mondi diversi, e che “il sapere serve solo per darlo” e la scuola deve essere un luogo “per formare persone libere e solidali”.

Tassello dopo tassello, si compone unʼimmagine di don Lorenzo piuttosto diversa da quella perlopiù “indirizzata” e antologizzata quale si trovava nei manuali di testo degli anni Settanta. Un sentiero la cui validità continua a durare anche dopo la caduta delle interpretazioni unilaterali della sua opera.

Chi mangia sano mangia medievale

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cucina

Non è usuale affrontare unʼepoca attraverso le ricette di cucina. Nonostante il metodo degli storici degli Annales abbia introdotto la micro-storia con i tanti aspetti della vita concreta, lʼalta cucina medievale risulta ancora riservata a fini intenditori.

Il volume A tavola nel Medioevo di Odile Redon, Françoise Sabban e Silvano Serventi (Laterza, Bari 2017) studia il lato gastronomico della cucina del Tre-Quattrocento, ossia il tardo Medioevo nel suo passaggio al primo Umanesimo, in Italia e in Francia. Gli autori spiegano natura e tratti fondamentali della “grammatica culinaria” dellʼepoca facendoci venire lʼacquolina in bocca con meticolose descrizioni come quella della lombata di cinghiale, degli “spiedini di anguilla alla San Vincenzo” o del pollo alla frutta secca.

Talvolta la preparazione del pranzo sembra unʼattività banale, ma non è affatto così. La cucina è una pratica culturale: utilizza materie prime provenienti dal contesto geografico ma, al tempo stesso, segue regole e tradizioni proprie o adattate alla società di appartenenza.

Indubbiamente, nella società del Trecento lʼapprovigionamento alimentare era assai variabile. Il banchiere fiorentino o il duca di Savoia potevano imbandire la tavola con tutte le leccornie che volevano, mentre, nei Paesi mediterranei, il montanaro si cibava spesso semplicemente di castagne, da cui ricavava farina e di lì il pane. La cucina tardo-medievale seguiva inoltre le prescrizioni della Chiesa, poiché bisognava mangiare “di magro” anche durante la normale settimana ossia il mercoledì e il venerdì, alla vigilia delle feste e, a maggior ragione, nei giorni di Quaresima.

Pertanto, cucinare ad esempio il pesce in modo sapido e variato era un elemento di fondamentale importanza, per i laici ma, soprattutto, per i chierici. Questo ha condotto gli autori a considerare diverse variabili nellʼapproviggionamento e nella preparazione dei piatti: non solo distinguendo tra monaci e laici ma tra chi stava in città e chi viveva in campagna, nelle mense borghesi e in quelle dei nobili.

La cucina tra Tre-Quattrocento disponeva di molte spezie provenienti dallʼAfrica: cannella, chiodi di garofano, zafferano, noce moscata. Da qui lʼabilità di cuochi e cuoche nel curare lʼestetica della tavola, a volte divertendosi a “dissimulare” gli alimenti sotto croste di pasta variamente guarnite e colorate. Lʼocchio dei commensali poteva essere sorpreso o rallegrato con lʼuso di colori naturali tratti da frutta (uva nera) o spezie (zafferano) o erbe (prezzemolo, basilico).

I capolavori di cucina e le tavole medievali sono come affreschi: una volta restaurati, rischiarano le menti e… il gusto. Anche per questo può essere significativo integrare le nostre conoscenze storiche addentrandoci nelle delizie dellʼarte culinaria degli avi degli avi. Non solo per arricchimento culturale: vale la pena riportare in auge le antiche ricette per nutrirsi in maniera più sana, oggi che le abitudini alimentari sono pesantemente condizionate dai discendenti di qualche “barbaro” scozzese medievale il cui cognome cominciava per Mac.

Giorno della Memoria: la parola a Savyon

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Mele dal deserto è una raccolta di racconti della scrittrice israeliana Savyon Liebrecht, i cui libri sono diventati un classico nel suo Paese.

Scritto diversi anni fa, il libro racconta in modo semplice e al tempo stesso complesso la realtà di un popolo che, a ridosso della propria tragedia della Seconda guerra mondiale, si indirizza verso un cammino di superamento e normalizzazione esistenziale.

I racconti di Mele dal deserto presentano un comune elemento inquietante: l’irruzione improvvisa, imprevedibile della Shoà all’interno di una quasi banale narrazione di partenza. Così avviene ad esempio ne Il taglio dei capelli, piccola situazione familiare in cui la mamma si appresta a fare da parrucchiera alla propria figlioletta a causa di un’infestazione di pidocchi nella scuola; situazione che diventa un momento per la rievocazione di ciò che avveniva nei Lager. Tra la mamma e la nonna della bambina si scontrano due diversi atteggiamenti sull’esercizio della memoria: pragmatico e radicato nel presente quello della mamma, attenta a cogliere opportunità di insegnamento e di esercizio del ricordo del passato l’atteggiamento della nonna.

Le ferite sono tante e si ripercuotono su una quotidianità affollata di impegni e di preoccupazioni concrete. Su tutto ciò pesano gli orrori trascorsi e le paure provenienti dai rapporti conflittuali con i palestinesi. Nel racconto In una stanza sul tetto, una madre di famiglia rimasta temporaneamente senza il marito vuole risistemare una stanza in soffitta, trovandosi a fare i conti con una difficile coabitazione con gli operai palestinesi che ha chiamato.

Il racconto che dà il titolo alla raccolta contiene l’essenza contraddittoria dello Judenstaat: una figlia si sottrae alla coabitazione con la madre vedova per andare a stare in un kibbutz laico. La madre, credente ortodossa, non si rassegna alla scelta della figlia e tenta inutilmente di salvarla dal “peccato di apostasia”. In qualche modo, potrebbe sembrare la metafora emblematica della società israeliana odierna, divisa tra ortodossia e modernità, radici bibliche e secolarizzazione avanzata.

Rileggere La Pira dopo Bauman

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Il libro di Roberta Vinerba Politico o cristiano? è stato pubblicato (ed. Paoline) nel ‘lontano’ 2012 e quindi potrebbe apparire datato per i nostri dibattiti attuali. Perché rileggerlo?

Il testo offre la forza e la profondità di un’analisi sul senso della politica, tanto in una prospettiva laica quanto, e soprattutto, in una dimensione credente. A poche settimane di distanza dalla scomparsa del sociologo Zygmunt Bauman, teorico della cosidetta “società liquida” soggettivista, frammentata e insicura, ha più che mai senso rileggere le ragioni di chi denuncia “la menzogna ontologica dell’individualismo”.

L’autrice parte dal contesto storico della propria formazione giovanile, quello della contrapposizione ideologica fatta di “colori” e scontri puri e duri, per arrivare alla “Babele politica” contemporanea, incapace di edificare strutture dotate di senso. Eppure l’uomo è politico per sua propria natura, e si trova in “una barca dove anche lui deve dare qualche colpo di remi” (Giorgio La Pira). Indubbiamente la prospettiva storica di un cristiano ha qualche presupposto ben preciso: “Cristo è il traguardo della storia” e la politica, “cioè l’azione di guida dei popoli, è cosa di estrema serietà, è attività in un certo senso religiosa perché è destinata a svolgere il piano di Dio nella storia dei popoli” (La Pira).

Gran parte del saggio di Vinerba consiste in un’analisi socio-politica basata su riferimenti fondamentali provenienti dalla Dottrina sociale della Chiesa e dalle riflessioni di La Pira, come visto. L’ultimo capitolo interpella direttamente il lettore a un’acquisizione di responsabilità personale, nella necessità di “non passare inutilmente sul piano della Storia”.

Quelli che. . . migrano a causa del degrado ambientale

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I “profughi ambientali” sono al centro del saggio di Carlotta Venturi Senza casa e senza tutela (Tau editore, Todi 2016).

Cosa si intende con questa espressione? “Quelle persone temporaneamente sfollate a causa di sconvolgimenti ambientali locali, quelle che migrano perché il degrado ambientale ha minacciato i loro mezzi di sostentamento. . . Quelle che si stanziano altrove perché il degrado del suolo è sfociato nella desertificazione o in altre mutazioni permanenti nell’habitat” (Jodi Jacobson, cit. a pag. 61).

Il libro inquadra il fenomeno in una prospettiva geopolitica con tanti concreti esempi di vulnerabilità ambientale unita a problemi socio-politici, dallo Yemen al Bangladesh alla regione africana dei Grandi Laghi. Queste diverse aree sofferenti vengono inquadrate nelle loro specificità critiche. L’autrice dedica ampio spazio anche alle politiche di tutela ambientale dell’ONU, inquadrando realisticamente le possibilità di intervento e i limiti invalicabili.

La questione migranti e tutela ambientale è ben presente nella Dottrina sociale della Chiesa. Venturi propone infatti un percorso dalla Populorum progressio di Paolo VI alla Laudato Si’ di Papa Francesco, sollecitando ad assumere ognuno le proprie responsabilità individuali e collettive per divenire custodi della terra.

“Che ne sai tu di un campo di granoturco…”

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foto: Luciano Passerini

Un campo di grano è notoriamente romantico. Un campo di mais può essere tragico, ad esempio se si estende all’infinito in Mali, dove è stato importato come monocoltura dall’Europa, che a sua volta l’ha importato e geneticamente trasformato dall’America.

Monocolture (opera delle multinazionali) e desertificazione (quando la Natura ‘dà una mano’ alle multinazionali) sono la causa principale del fenomeno dei “profughi ambientali”, tanto più sottostimato in quanto, per il momento, non è neppure ufficialmente riconosciuto dall’ONU. Ne abbiamo parlato domenica 13 a Perugia nell’ambito di UmbriaLibri con l’assessore Dramane Waguè, originario del Mali, che conosce fin troppo bene di persona questa situazione; con Fabio Versiglioni, presidente dell’associazione degli editori umbri; e con il prof. Adriano Ciani, grande esperto di problematiche agricole/alimentari a livello mondiale. Abbiamo fatto come Papa Francesco: avevamo dei discorsi preparati, ma poi abbiamo parlato a braccio, con il cuore, ed è venuta molto meglio.

Con il prof. Ciani cominceremo presto a proporre nelle scuole superiori un progetto didattico sul tema “Miracoli economici e disastri ambientali”. Si calcola che nel 2050 sul pianeta Terra saremo 9 miliardi di persone… di cui un miliardo di profughi. Vale la pena pensarci fin da ora.

Si fugge non solo dalla guerra

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L’evento conclusivo dell’edizione 2016 di UmbriaLibri a Perugia riguarderà uno dei numerosi settori dell’accoglienza in Umbria: i profughi ambientali. Fenomeno ancora poco noto, dato il prevalere — soprattutto in questi ultimi anni — del dramma dei profughi da aree di guerra. Ma non si tratta di “emigrazione di serie B” né tantomeno “di lusso”, perché i fattori che alimentano il degrado ambientale sono, in ultima analisi, gli stessi che provocano conflitti e sfruttamento sociale. È tutto un mondo da rimettere in discussione. Ne parla un gruppo di esperti a vario titolo, tra ricerca universitaria, sociologica ed esperienza diretta, in quanto l’assessore Waguè è originario del Mali.

Permacultura, questa (non più) sconosciuta

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Ieri abbiamo visitato un luogo meraviglioso, in aperta campagna… incastonato nel cuore della città. A Perugia, salendo per via delle Prome, a sinistra si entra in un bellissimo orto urbano su cui hanno lungamente lavorato Eros, Cristophe, Charlene e Valentina, due ragazze molto simpatiche e carine cui ho fatto subito una dichiarazione di cooperazione didattica. Assolutamente da visitare questo piccolo paradiso, che è stato appena aperto al pubblico e già ha riscosso grande successo. Il progetto — al quale ognuno può contribuire, anche con piccole somme, tramite il crowdfunding di Eppela — si basa sul concetto di “permacultura”, un’agricoltura che da un lato mette insieme i diversi tipi di piante, e dall’altro mette insieme natura e cultura.

Il video ufficiale di presentazione: https://www.youtube.com/watch?v=L03SPLPzsSg

La visita all’Orto Sole si inserisce ora nel progetto didattico per il liceo classico:

 

MIRACOLI ECONOMICI E DISASTRI AMBIENTALI

Percorso teorico-pratico di carattere storico-ambientale, da svolgersi in orario extra-curricolare comprendente uscite didattiche.
Struttura: 3 moduli a scuola e un modulo in visita didattica.

Primo modulo
Il territorio italiano negli anni del miracolo economico (1958-63)
Inizia la grande trasformazione
A tavola… prima del boom
… e la moltiplicazione delle carni e dei pesci
Inizia l’economia dello spreco

Secondo modulo
10 luglio 1976: il disastro di Seveso
Il “caso Seveso” e l’Unione Europea
Expo e opere dismesse: cfr. Italia 61 (Expo di Torino)

Terzo modulo
Il Pianeta Azzurro tra emergenza siccità e inquinamento
“Fino all’ultima goccia”: i conflitti per l’egemonia idrica in alcuni scenari geo-politici nella seconda metà del XX secolo
Uscita didattica / attività pratiche a Orto Sole [dove si praticherà anche la “fitodepurazione” delle acque]

Quarto modulo
“Adotta una bio-diversità”, orto didattico a Monte Morcino (Perugia)
Spiritualità francescana e sacralità della natura, in collaborazione con il Sacro Convento di Assisi